L’ Agricoltura Sinergica e la sua storia

Gli indiani d’america avevano raggiunto una perfetta armonia con la Natura che li circondava. Basti ricordare la lettera che “Capriolo Zoppo” spedì  ad uno dei primi “presidenti” del “nuovo mondo” per capire quanto stretto fosse questo loro rapporto con l’Ambiente.
I diari militari dell’epoca erano ricchi di descrizioni inerenti i metodi di coltivazione dei Nativi Americani. I soldati riferirono di aver trovato grandi aree coltivate a mais, fagioli e zucche inoltre vi erano vasti frutteti a far loro da contorno. Nei loro resoconti affermano di aver distrutto decine di migliaia di tonnellate di cereali nel 1779 nella regione dei Finger Lakes (l’attuale stato di New York).
Spesso gli indiani in alcuni boschi incidevano delgi alberi intorno al tronco. Questi alberi poi perdevano tutte le foglie e morivano lasciando una catasta di legna da ardere in piedi pronta per l’inverno. Gli orti venivano fatti tra questi alberi secchi ossia sul ricco terreno boschivo che veniva accumulato in piccole collinette su cui venivano piantati i semi, utilizzando poco più di un bastone appuntito e una rudimentale zappetta di legno.

Il giorno in cui le tecniche colturali dell’Occidente vennero introdotte presso gli indiani è ricordato come un evento storico.
Era il lontano 1790 quando i primi coloni europei avvicinarono la tribù dei Seneca presso l’Allegany River offrendosi di insegnar loro le nuove “avanzate” tecniche agricole che comportavano l’uso di un aratro di ferro e animali da lavoro.
I Seneca scettici proposero un esperimento: vennero coltivati due campi, uno con il tradizionale sistema delle collinette e uno arato come il nuovo sistema proponeva.
Il primo raccolto nel campo arato fu leggermente superiore a quello del campo coltivato con le collinette e da quel momento i Seneca adottarono ben volentieri il nuovo sistema. La diffusione dell’aratura fu sorprendente tanto che già un anno dopo venivano arati enormi campi e questo metodo prese piede molto velocemente anche tra le altre tribù mentre i sistemi tradizionali vennero largamente abbandonati.
Dopo alcuni anni alcuni indiani capirono che forse non era questo sistema di agricoltura potesse avere qualche grave inconveniente non considerato, ma ormai il nuovo paradigma agricolo aveva preso piede.
Innanzitutto l’agricoltura europea si basa sul fatto che in un campo non debba sopravvivere nulla che non sia la pianta coltivata. In un campo di mais deve vivere SOLO il mais. Questo processo di semplificazione biologica portò presto ad un impoverimento del terreno che per ripristinare la fertilità richiese l’utilizzo di fertilizzanti (animali o chimici). Il primo anno il sistema europeo produsse di più perchè utilizzava la fertilità raccolta negli anni dal suolo semi naturale lasciato dagli indiani, già l’anno successivo si registrò un indebolimento del primo terreno arato. La diminuzione della fertilità portò inoltre ad un indebolimento delle specie coltivate che diventarono più vulnerabili alle malattie, inoltre l’introduzione della logica della monocultura creò il grave problema dei parassiti. Quando un parassita attaccava la prima pianta si riproduceva a dismisura, forte della presenza di migliaia di altre piante attigue che rappresentavano per il parassita una riserva di cibo immensa. Venne quindi aperta la strada al mercato dei pesticidi e veleni vari che ancora oggi affliggono il nostro cibo.
Come se non bastasse non si era considerato che arare un terreno richiedeva numerosi animali da soma che richiedevano anch’essi cibo. Cos’ buona parte dei terreni coltivati vennero riservati alla produzione di foraggio anzichè all’alimentazione umana. Si dovettero utilizzare gli scarti degli animali per fertilizzare il terreno richiedendo quindi molta manodopera. Gli uomini che fino ad allora si occupavano di caccia e pesca ora diventavano dei lavoratori agricoli proprio perchè ci fu un aumento esponenziale della manodopera richiesta.

Masanobu Fukuoka dal 1930 in poi condusse moltissimi esperimenti sui suoi campi cercando di capire quali lavori potesse evitare per sfruttare la capacità del terreno di mantenersi naturalmente fertile. Il suo fu un lavoro sottile e delicato in cui si impegnò ad ELIMINARE pian piano ogni azione che ritenesse non necessaria per coltivare e rendere produttivo un campo.
Il suo genio sta nel fatto che NON accettò il paradigma agricolo imposto solo perchè così gli venne insegnato da suo nonno. Si pose delle domande, pensò con la sua testa e con gli anni mise a punto un sistema che non prevedeva alcuna aratura o lavorazione del suolo permettendogli di ottenere le stesse quantità di riso prodotto dal suo vicino che coltivava con metodo industriale.
Fukuoka affermò (forte dei risultati estrapolati da più di 20 anni di esperimenti):

ogni volta che si disturba il terreno (ad esempio tramite l’aratura) il terreno si impoverisce e le cose cominciano ad andare male. Una volta arata la terra si ha bisogno dei fertilizzanti chimici, occorre combattere le “erbacce” e nascono problemi di tutti i tipi con gli insetti e con le malattie delle piante. Le soluzione europee a questo tipo di problemi (diserbanti, pesticidi, fertilizzanti, macchinari complicati) costano moltissimo, creano inquinamento e producono un cibo degradato dal punto di vista nutritivo mentre le sostanze chimiche continuano ad agire distruggendo vita utile alla fertilità naturale.

Si accorse quindi che noi occidentali industrializzati stavamo compiendo un lavoro immane ed inquinante per desertificare i nostri stessi terreni e per nutrirci di cibo avvelenato. Probabilmente fu il primo che se ne accorse o quantomeno che ne parlò apertamente tra lo stupore e lo scherno degli agricoltori tradizionali.
Poi venne Emilia Hazelip (ve ne ho già parlato nei post precedenti) la quale partendo dagli studi di Fukuoka mise a punto negli anni 80 un sistema agricolo del “non fare” che poteva adattarsi alle nostre latitudini.

Ed eccoci nel 2012 a Monteviale… questo piccolo appezzamento di 1800 metri quadri (tra Crezzo e Altavilla) rappresenta un ritorno a quella fertilità originale smarrita con secoli di arature e con l’ignoranza di chi accetta la realtà in cui vive solo perchè “si è sempre fatto così”. Chi già possiede un orto sinergico da anni afferma che le verdure hanno un sapore che nulla ha a che fare con altre verdure, nemmeno con le verdure certificate “biologiche”, anche l’apporto nutritivo sembra differente.
Certo è che per ripristinare al 100% l’autofertilità del suolo richiederà due o tre anni ma già dal primo anno le verdure verranno coltivate utilizzando solo acqua, sole e paglia decomposta.
Chi vuole aderire al progetto può ora prenotare il suo balcale (collinetta di circa sette metri quadri) che verrà coltivato con questa tecnica.
Il primo blocco di 24 bancali è teminato e per ora sono disponibili ancora 18 bancali (se siete single c’è la possibilità di prenotarne solo mezzo!). Altri bancali verranno costruiti se copriremo le adesioni del primo blocco.

Aiutateci a ripristinare la fertilità della nostra terra e a bandire i metodi di agricoltura “velenosa” oggi troppo largamente utilizzata!
Per prenotare il vostro bancale o per visitare il campo contattateci alla mail orto.cittadino@gmail.com

[alcune parti dell’articolo sono state tratte dal libro: “La Rivoluzione del filo di Paglia” di Masanobu Fukuoka]

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